La Casa di Otello

Sul lato destro di Campo dei Carmini (al numero 2615), sul quale si affacciano l’omonima chiesa, parte della Scuola Grande e l’odierno Istituto d’arte di Venezia,

 La "Casa di Otello" ai Carmini.

La "Casa di Otello" ai Carmini.

sorge ancora ciò che rimane di un antico palazzo abitato in un lontano passato dalla famiglia Moro e conosciuto come la “Casa di Otello”. E’ tutt’altro che un azzardo infatti sovrapporre la figura del “Moro di Venezia” con quella di Cristoforo Moro, patrizio Veneziano che venne spedito come luogotenente a Cipro nel 1505 e tornò in città tre anni dopo da Candia (Creta), in qualità di capitano di quattordici galee, perdendo nel corso del viaggio la moglie. Nel 1604, William Shakespeare avrebbe attinto la trama della sua celebre tragedia dagli “Hecatommithi” del ferrarese Giambattista Giraldi Cinzio, scritti nel 1565. Entrambi i commediografi, per un riguardo all’aristocrazia Veneziana, avrebbero fato figurare come protagonista delle loro opere un personaggio “moro” di pelle, piuttosto che di cognome. A ciò si può aggiungere il fatto che nel 1515 Cristoforo Moro si era sposato in seconde nozze con la figlia di Donato da Lezze, il cui soprannome era “Demonio Bianco”, appellativo dal quale si può forse ipotizzare sia stato coniato il successivo shakespeariano Desdemona.

 La casa di Desdemona sul Canal Grande.

La casa di Desdemona sul Canal Grande.

A sua volta il cognome Moro potrebbe essere la corruzione di Guoro, famiglia che in quel periodo ebbe il palazzo da quella dei Civran. Secondo un’altra versione, Otello sarebbe invece Nicola Contarini, eroico difensore dei confini veneziani contro i Turchi che, a quanto si dice, era moro di pelle. La storia di Nicola Contarini ebbe comunque un esito diverso da quello descritto dal bardo, dato che a finire assassinato fu proprio lui, mentre la sua sposa, Palma Querini, era già tornata alla famiglia d’origine per sfuggire all’esasperante gelosia del marito, accusato di aver tentato di strangolare la donna. I due si erano sposati nel 15353 e avevano una differenza di età di 13 anni: la stessa che intercorre tra Otello e Desdemona. E se la “Casa di Otello” dà forza all’idea che il “Moro di Venezia” sia un personaggio realmente esistito, Venezia offre anche la “Casa di Desdemona”. La si può facilmente notare dall’altra parte del Canal Grande, dalla chiesa della Salute guardando verso San Marco: un palazzo molto stretto e ornatissimo, il cui nome è Contarini-Fasan. Qui la tradizione veneziana vuole che abbia abitato la moglie di Cristoforo Moro, la cui storia è destinata a tramandarsi ancora a lungo, nei secoli.

Grazie ad Alberto Toso Fei per questa storia tratta dal suo libro "Venezia Enigma" ed. Elzeviro, pag. 129

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Il rigattiere e l'artigiano del Ghetto di Venezia.

La fotografia di interni nel Ghetto di Venezia.

Questi due personaggi si ritrovano ogni mattina a leggere il giornale nella bottega del Ghetto.

Rigattieri-in-Ghetto-a-Venezia.

Questi due signori si chiamano Emilio e Carlo. Avevo già fotografato Emilio per l mio libro "Gondole", in quanto lui è uno degli intagliatori che si occupano delle decorazioni in legno sulla parte superiore dei sedili delle gondole, mentre Carlo sta di fronte a lui in una bottega fantastica, piena di ogni cosa. Questo luogo era, anticamente, una rivendita di olio, e se ci passiamo durante un Photo Tour, probabilmente potrò mostrarvi che ancora oggi è visibile la parete da cui si spillava l'olio dalle botti. Erano così assorti dalla lettura del loro giornale che ho potuto comodamente sistemare il mio treppiede Gitzo Traveler per esporre con un comodo tempo di 0,7", senza che la foto risultasse mossa. Diaframma 3,4 iso 200, per avere la massima qualità dalla Leica M 240 e dall'obbiettivo 28mm Elmarit che ho usato in questa occasione.

La strana e buffa bottega di Aldo Strasse

Questo non è solo un negozio, è una parte autentica di Venezia!

La-bottega-di-Aldo-Strasse

Strasse in Veneziano vuol dire stracci, e nella bottega di Aldo Strasse a Castello se ne possono trovare parecchi. Ma non è solamente un negozio di vestiti usati, questo è un pezzo di vera vita Veneziana! Aldo aprì questo negozio nel 1973 e da quel momento lo ha personalizzato con ogni sorta di oggetto, potete perfino trovarci un grande proiettore da cinema! L'ho fotografai la prima volta qualche anno fa, per un servizio per la rivista ELLE e adesso se durante un Photo Tour si ha l'occasione di passarci davanti e di trovare aperto, non manco mai di fermarmi a salutarlo. 

Leica Akademie Discovering Venice

Il primo Leica Akademie Discovering Venice!

Leica-Akademie-discovering-Venice

Leica, il più famoso brand di macchine fotografiche, ha deciso qualche anno fa, di proporre dei seminari di fotografia dislocati in varie città d'Italia. Essendo io Leica Ambassador, ho l'onore di tenere le giornate a Venezia e nel Veneto. Questo è il primo gruppo, il primo Leica Akademie a Venezia, nel 2014. Ad ognuno dei partecipanti è stata data una Leica M 240 con un obbiettivo Leica M per tutta la durata del workshop. Avevo preparato 3 Photo Tours, uno per ogni giornata e ci siamo divertiti ad andare in giro a scoprire Venezia con al collo la più gloriosa macchina fotografica di sempre!

Giochi in Campo San Francesco della Vigna.

Dove ci sono bambini sai che succede sempre qualcosa di interessante!

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I bambini sono sempre un'ottimo spunto per una fotografia. Dovunque si trovino, il loro modo naturale di porsi rende tutto più facile ed interessante. La sfida è di non diventare banali, e saper cogliere l'attimo. Ho diverse versioni di questa scena, ma questa mi appariva la più interessante, in quanto ogni bambino stava facendo qualcosa di diverso. Leica M 240, 28mm Elmarit f2,8, 1/250s f11 iso 800.

Il cortile di San Francesco della Vigna

La porta è spesso chiusa, ma che bello scoprire Venezia in ogni angolo!

Bambini-a-San-Francesco-della-Vigna

Il sestiere di Castello è uno di quelli nei quali preferisco passeggiare, da solo oppure durante un Photo Walk, Qui pulsa ancora la vera vita di Venezia ed è bellissimo indugiare in ogni angolo. Questo è il cortile del patronato di San Francesco della Vigna, e la base del campanile dell'omonima chiese è visibile dietro alla porta del campo da calcio dove stanno giocando questi bambini. Ho volutamente usato un tempo di scatto abbastanza lento per avere il movimento in primo piano. Leica M 240 con 28mm Elmarit f2,8, 1/60s f10, iso 400.

Campo Ss.Giovanni e Paolo

Il vetro di protezione del bassorilievo è diventato, invece che un difetto, una parte importante di questa fotografia!

Campo-Ss.Giovanni-e-Paolo

Proprio qui vicino abbiamo la sala dove si tengono i Leica Akademie, quindi conosco bene questo luogo e spesso ci passo anche per dei Photo Tour privati. Ci sarebbe molto da dire su questo bassorilievo che raffigura San Marco che guarisce Anania, e sulla Scuola Grande di San Marco di cui questo è un particolare, ma qui mi limiterò a raccontare i dettagli tecnici dello scatto. Avevo bisogno di un tempo veloce per congelare il movimento del bambino e quindi ho scattato a 1/750s f6,8 iso 400. Leica M 240 con 28mm f2,8 asph. Il diaframma chiuso a f6,8 mi rendeva tutta la profondità di campo necessaria.

Le vetrine sul canale

La street photography Veneziana sul canale!

Vetrine-in-Campo-San-Moisé

Le vetrine davano direttamente sul canale, uno dei più trafficati, tra l'altro perché si trova non lontano da Piazza San Marco. Ho deciso di fare qualche passo indietro e di includere il masso bianco squadrato, perché mi piaceva la geometria che rendeva e anche l'effetto vicino/lontano. Scattata con Leica M 240 e 50mm Summicron f2,0. 1/8s f13 iso 800 su treppiede Gitzo Traveler (senza il quale non avrei mai potuto usare 1/8s con il 50mm senza muovere. Mi serviva f13 per la profondità di campo.

Il bar di Campo San Luca.

Un'immagine scattata al volo, per non perdere l'attimo!

Bar-in-Campo-San-Luca

Passavo di là durante un Photo Tour, e ho visto queste 4 signore bionde vestite di chiaro, con all'interno del bar gli uomini vestiti di scuro. Davano la sensazione di avere molte cose interessanti da raccontarsi. Scattata al volo per non perdere l'attimo, con Leica M240, 28mm 2,8 asph. 1/250s f3,4 iso 1600

San Pietro di Castello.

Ogni volta che il tempo lo consente, quanto tengo un Photo workshop a Venezia, cerco sempre di raggiungere questo angolo affascinante e incontaminato.

 

San-Pietro-di-Castello

Chiesa e casa del Patriarca di Venezia (fino al 1807) erano a San Pietro di Castello, sull’omonima isola che segna il confine verso il mare della città storica. Il campo sul quale guarda la vecchia cattedrale è uno dei più suggestivi dell’intera città, essendo privo di “masegni”, ovvero della copertura in trachite dei Colli Euganei che connota le pavimentazioni di quasi tutta Venezia. Erba e terra battuta – assieme ai numerosi alberi del campo – si alternano al vialone centrale che, dal lungo ponte in legno, conduce fino alla grande chiesa nella quale è conservata “la cattedra di San Pietro”, l’antico trono in pietra che la leggenda insegna essere proprio quello usato dall’apostolo durante la sua permanenza in Antiochia.

La-cattedra-di-San-Pietro

Al centro del viale, solitaria, spicca una pietra rettangolare. Tradizione vuole che su di essa avvenissero gli incontri fra il Doge e il Patriarca. Sarebbe infatti stato disdicevole per il Doge “abbassarsi” e raggiungere il vescovo fino alla porta della chiesa, come per questi andare fino a riva per aspettare il Principe di Venezia. La pietra toglieva l’imbarazzo: potere temporale e potere spirituale si trovavano a metà strada. Ed ancora qui è ambientata una delle leggende più classiche dell’amor contrastato. Se Dorsoduro può vantare di aver dato i natali allo Shakespeariano Otello, San Pietro di Castello offre una versione di Romeo e Giulietta. Solo che i protagonisti Veneziani si chiamavano Elena Candiano e Gerardo Guoro. La loro vicenda diede argomento anche al novellista cinquecentesco Matteo Maria Bandello.

Il potere dell’amore.

I due giovani innamorati, con l’aiuto della comune nutrice, si erano sposati segretamente all’insaputa delle rispettive famiglie. Erano praticamente cresciuti assieme, ed avevano maturato questo intento per paura che i loro genitori avessero mire differenti per il loro futuro. Per questo continuavano, pur essendo marito e moglie, a vivere ognuno con i propri parenti, ignari di tutto. Tra le famiglie peraltro, esistevano buoni rapporti da molti anni. Un giorno Gerardo è mandato in Oriente dal padre, per ragioni di traffici commerciali che i Guoro tenevano nel Levante. Ma durante la sua lontananza il Candiano impone alla figlia di accogliere la domanda di matrimonio del patrizio Vittore Belegno: Elena non sa cosa fare; il suo amore è lontano, non se la sente di rendere pubblica – in un frangente così delicato, una notizia che ridicolizzerebbe suo padre e tutta la famiglia. Per il timore e l’angoscia, la ragazza viene colta da una sincope improvvisa e, creduta morta, viene sepolta a San Pietro di Castello. Quello stesso giorno Gerardo rientra in patria e apprende la terribile notizia. Disperato, confessa il matrimonio segreto, quindi corre in chiesa, scoperchia la tomba – senza che nessuno riesca a farlo ragionare – e si abbandona ad un pianto di dolore sul corpo della moglie. Fra i baci e le lacrime del marito, Elena si risveglia e, a differenza degli amanti Veronesi, l’amore dei due Veneziani finisce lietamente, col perdono e la benedizione dei genitori.

Grazie ad Albero Toso Fei per questo racconto su San Pietro di Castello, che potete trovare sul suo libro “Venezia Enigma”, edito da Elzeviro, da pagina 83.

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Il fabbro di San Polo

La Leica SL, essendo una mirrorless, permette dei tempi di scatto anche molto lenti.

Il-fabbro-di-San-Polo

Ciò che mi ha sorpreso, passando davanti alla porta in legno di questo laboratorio, non è stato tanto il fatto che fosse tappezzata di graffiti, quanto che, sbirciando all'interno, si intravedeva questo manichino di ragazza bionda. Ho usato la Leica SL con il 28mm M f2,8 asph. 1/15s f5,6 iso 800. Avrei potuto facilmente usare iso più altri, in quanto la Leica Sl permette di arrivare facilmente a iso 6400, ma l'otturatore di questa mirrorless è talmente discreto che permette tempi lenti tipo 1/15s e anche inferiori, senza problemi di mosso.

La Biennale d'arte all'Arsenale

Una delle cose più interessanti è passeggiare dentro l'Arsenale a fotografare ciò che resta della Biennale d'Arte.

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Ogni due anni a Venezia si tiene la Biennale d'Arte. Una delle cose più interessanti da fare è, avendone la possibilità, di passeggiare per l'area dell'Arsenale deserta dopo la fine della mostra. Si possono sempre trovare spunti fotografici interessanti, partendo da ciò che rimane dell'esposizione precedente. Leica M 240, 28mm Elmarit asph 2,8, 1/90, f10, iso 800.

Calli e callette a Rialto

Tradizione vuole che sia di un artigiano del vetro Veneziano, fin dalla seconda metà del Duecento, a costruire i primi occhiali da vista.

In quella bellissima zona di Venezia che sono le callette in prossimità del mercato di Rialto, guardando verso Campo San Polo, vi sono due porte che vale veramente la pena di ammirare. La prima è in Calle della Donzella, al civico 936/A: difficilmente, nel resto della città, troverete una porta così storta.

Porta-storta-Venezia

Pochi passi in direzione della pescheria, al 456 di Calle dell’Arco, fa bella mostra di sé una porta con la “pancia”: il marmo alla base, infatti, è sagomato in maniera da far passare delle piccole botti. Un gioiello di inventiva Veneziana applicata al quotidiano. A pochi passi, si apre ramo dell’Ochialer. Tradizione vuole che sia di un artigiano del vetro Veneziano, fin dalla seconda metà del Duecento, a costruire i primi Riodi da Ogli, antenati dei moderni occhiali da vista, come attesta il “Capitolare dei Cristallieri”, emanato dalla Giustizia Vecchia nel novembre del 1284, che spiega come gli ogliarios debbano esser fatti di buon cristallo e non di vetro. Nel secolo successivo le lenti “da vista” vengono distinte da quelle da “ingrandimento” (Lapides ad Legendum), e un provvedimento autorizza gli appartenenti alla corporazione a produrre Vitreos ab Oculis ad Legendum, ma essi si devono impegnare, pena grandi sanzioni, a non rivelare i segreti dell’arte fuori dal territorio Veneziano. Lo sconosciuto inventore avrebbe fatto la sua scoperta casualmente, accorgendosi che nell’avvicinare un pezzetto di vetro agli occhi vedeva più nitidamente. Attraversata la Rughetta del Ravano troverete, un po’ sulla destra, calle de la Madona. Se la si percorre fino a quasi la riva del Canal Grande, sull’ultimo edificio a sinistra vi è il barbacane in pietra che determinava la misura di tutti i barbacani in legno della città. Un valido artifizio per guadagnare metri quadrati nelle abitazioni e lasciare più spazio alla viabilità. In pescheria a Rialto infine, tra i ferri del cancello entro l’arcata gotica del grande scalone (nei pressi del civico 341 A) si legge l’adagio: “Piscis primum a capite foetet” – il pesce comincia a puzzare dalla testa. In questo affascinante groviglio di calli è meraviglioso perdersi e condurre un Photo Tour dove ad ogni angolo c’è una scoperta!

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Un grande grazie ad Albero Toso Fei, che nel suo libro “Venezia Enigma”, edito da Elzeviro, a pagina 314 ci delizia con questi racconti e aneddoti tutti da scoprire!

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Gli strani campanelli di Castello

Questi strani campanelli sono interessanti, ma per la composizione fotografica occorre fare attenzione anche alla colonna tortile sulla destra!

Campanelli-a-Castello

Ogni volta che passo per un Photo Walk a Venezia per il sestiere di Castello (a Venezia non abbiamo i quartieri, bensì i "sestieri", in quanto sono in tutto 6), mi fermo a far ammirare questi strani campanelli che ritraggono delle facce a metà tra i pagliacci e i folletti, tutte che fanno la linguaccia. Sulla destra, come potete vedere, lo stipite della porta d'ingresso è impreziosito da una colonna tortile. Leica M 240, 28mm Elmarit asph 2,8, 1/45, f6,8, iso 400

Il campo da basket a Cannaregio

La fotografia di architettura spesso si giova degli spazi ristretti e sovrapposti.

Campo-da-basket-a-Sant'Alvise

A Venezia, si sa, tutto è molto stretto. Ed ecco che non solo gli appartamenti sono molto piccoli oltre che costosi (a parte per chi si può permettere di spendere milioni), ma anche gli spazi in cui giocare. Questo è un bellissimo e pittoresco campo da basket ricavato in uno spazio angusto vicino a Campo Sant'Alvise. Leica M 240 con obbiettivo 28mm Elmarit f2,8, 1/180, f11, iso 800.

La potenza dell'Arsenale di Venezia.

Gli operai che lavoravano nell’Arsenale, erano in grado di completare una nave da guerra in una sola giornata di lavoro!

Arsenale-Venezia

Dell’Arsenale di Venezia e delle sue incredibili capacità produttive si era stupito anche Dante Alighieri che, nel XXI canto dell’inferno scrive:

Quale nell’Arzanà dè Viniziani

Bolle l’inverno la tenace pece,

A rimpalmar li legni por non sani,

Che navicar non ponno e’n quella vece.

Chi fa suo legno nuovo e chi ristoppa ;

Le coste a quel, chi più viaggi fece :

Chi ribatte da proda, e chi da poppa,

Altri fa remi, e altri volge sarte ;

Chi terzeruolo e artimon rintoppa;

Tal, non per fuoco, ma per divin arte

Bollia laggiuso una pergola spessa

Che inviscava la ripa d’ogni parte.

Basti qui aggiungere un piccolo aneddoto, tratto dal libro “Venezia Enigma” di Alberto Toso Fei, pagina 119, secondo cui gli arsenalotti, gli operai che lavoravano nell’arsenale, erano in grado di completare una nave da guerra in una sola giornata di lavoro. A Enrico III di Francia bastò il tempo di partecipare ad un ricevimento, per vedere costruita e ultimata una galera Veneziana: pare che la Serenissima volesse mandare un implicito messaggio sulla sua potenza e sul livello di efficienza e di rapida organizzazione in caso di attacco o necessità. A quanto si sa, il messaggio fu inteso. Per altri versi, gli arsenalotti erano tenuti in così alta considerazione che erano le uniche persone, tra i non appartenenti al ceto nobiliare, cui era consentito di non inginocchiarsi davanti al Doge: erano considerati infatti la sua guardia personale. Di questo doppio filo tra San Marco e L’arsenale dev’essere rimasto qualcosa ancora oggi, visto che spetta ai Vigili del Fuoco normalmente di stanza all’Arsenale, l’onore di presiedere all’alza e ammaina bandiera in Piazza San Marco.

Bandiera-Venezia

Anche sulla bandiera di Venezia, il Gonfalone, c’è qualcosa da dire: oggi, oltre ad essere il simbolo universalmente riconosciuto di Venezia, è anche il vessillo del Veneto, regione di cui la città è capoluogo. Quando, al momento della loro costituzione, negli anni settanta del XIX° secolo, le Regioni d’Italia dovettero dotarsi di una bandiera da esporre, l’unica che potè farlo senza dover adattare o inventare un simbolo che potesse rappresentarla fu proprio il Veneto. Che è dunque l’unica Regione ad avere una vera e propria bandiera.

Interessante è trovare, tra le lapidi del chiostro di San Francesco della Vigna, la tomba di un arsenalotto, con scolpita una nave in costruzione!

Tomba-Arsenalotto

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Grazie ad Albero Toso Fei per questo aneddoto sull’Arsenale, che potete trovare sul suo libro “Venezia Enigma”, edito da Elzeviro, a pagina 119.

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Il laboratorio di Tintoretto

Come destreggiarsi per una fotografia di ritratto in mezzo a tanti particolari? Includerli tutti!

Il-laboratorio-del-pittore-Tintoretto

Venezia ha sempre avuto una grandissima tradizione nell'arte della stampa, basti pensare ad esempio ad Aldo Manuzio. Una delle più belle tipografie che possiamo trovare oggigiorno, in cui vengono curate le antiche tecniche di stampa si trova in un luogo suggestivo e carico di storia: il laboratorio che fu del grande pittore Tintoretto, che qui aveva non solo lo spazio dove dipingere, ma anche l'abitazione e che ha lasciato grandi opere nella vicina chiesa della Madonna dell'Orto (oltre che in moltissime altre parti, ovviamente). Leica M con obbiettivo 28mm Elmarit 2,8, 1/6" f4, iso 800.

L'antica tipografia vicino alle Fondamente Nuove.

In questo caso la fotografia panoramica rende molto bene l'interno di questa antica tipografia!

Antica-tipografia-a-Cannaregio.

C'è sempre qualcosa di nuovo da scoprire durante un Photo Tour! Questa volta infatti, mi trovavo vicino alle Fondamente Nuove, in attesa di prendere il vaporetto che ci avrebbe portati a Burano, la bellissima isola della laguna con le case colorate di mille colori diversi. Ho visto questo antico laboratorio e non ho resistito: sono entrato con la mia Leica M e l'obbiettivo Elmarit 21mm (fortunatamente avevo anche il treppiedi Gitzo con me) e ho scattato a 6" f13 iso200.

Iniziamo un Photo Walk da Rialto

La Theriaca (o Teriaca) era uno dei preparati medicamentosi più in voga a Venezia, a metà strada tra il farmacologico e il magico

Sulla Salizada Pio X, che da Campo San Bartolomio conduce al Ponte di Rialto, all’altezza dell’anagrafico 3318 si può ancora vedere bene l’insegna che fu della storica farmacia “Alla Testa d’Oro”, oggi negozio di souvenirs.

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Dietro la grande testa dorata, semicancellata dal tempo, si legge ciò che rimane di una vecchia insegna: “Theriaca Andromachi”. L’insegna di un’altra farmacia (alle due colonne in Campo San Canzian) recita ancora oggi “Teriaca Fina in Venezia”. La Theriaca (o Teriaca) era uno dei preparati medicamentosi più in voga a Venezia, a metà strada tra il farmacologico e il magico, le cui diverse ricette si sono succedute con le mode curative delle varie epoche: alla base almeno una sessantina di sostanze, non ultima carne essiccata di vipera. Nel 1760, proprio alla “Testa d’Oro”, la Triaca si dovette produrre più volte, per il gran consumo che se ne fece quell’anno: i facchini che pestavano gli ingredienti in certi mortai di bronzo, appena fuori dalla botteghe, portavano una caratteristica giubba bianchiccia, braghe rosse con sciarpa gialla e un berretto celeste e giallo con piuma rossa. Durante il lavoro, alternavano ai colpi di mazza un canto: “Per veleni, per flati ed altri mali – la Triaca gh’à el primo in ‘sti canali”. Il medicinale era così potente “da guarire dalla peste e preservare dalle malattie contagiose; da scacciare dal corpo gli umori malvagi, ridonando la quiete dello spirito; medicare le punture di scorpione e i morsi di vipera e di cane; liberare dalla tisi e dalle febbri; rischiarare la vista e sanare i mali dello stomaco”, e così via. I Veneziani appresero la ricetta dai Greci e dagli Arabi, ma divennero così abili a preparare il composto che gli stessi popoli del Medio Oriente, primi depositari dei segreti del Greco Andromaco, non prestarono fede ad altra Theriaca che a quella Veneziana. Oggi la Theriaca è scomparsa; ne rimane, appena visibile, il nome sopra la porta di una farmacia che non esiste più, e sull’insegna di un’altra. In campo Santo Stefano invece, all’altezza dei civici 2799 e 2800, è possibile vedere ancora alcune forme circolari scavate sul selciato dalla base dei mortai.

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Sono passato centinaia di volte davanti all’insegna della storica farmacia “Alla Testa d’Oro”, durante uno dei miei Photo Tours, ma essendo la salizada invasa da bancarelle non avevo mai notato la testa d’oro e l’antica scritta. Un grazie quindi ad Albero Toso Fei per questo racconto, che potete trovare sul suo libro “Venezia Enigma”, edito da Elzeviro, a pagina 186.

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